Carpe diem di
Quinto Orazio Flacco
L'ode parla a Leuconoe,
forse una delle donne amate dal poeta o forse un personaggio di fantasia, che
rappresenta tutti gli uomini e le donne.
Nella lirica vi e' tutta l'espressione della saggezza oraziana nata dalle
esperienze di vita del poeta stesso. Il tempo che trascorre inesorabile: "mentre parliamo, gia' sara' fuggito il tempo
invidioso", ci ricorda Orazio.
Ma ci fa anche un invito: cogliere
l'attimo senza pensare al futuro. Non inteso nel senso di godere della
giornata allegramente, come sovente alcuni lo intendono, ma come invito a
autorealizzarsi, a costruire la propria esistenza in modo compiuto, sfruttando
le occasioni che essa ci pone innanzi: cio' che e' importante nella vita sono
le piccole gioie, da assaporare e vivere come gocce di preziosa essenza (cosi'
il riferimento al vino, simbolo simposiaco caro ad Orazio).
Vi e' un'esortazione ad evitare di scoprire cosa riservi il futuro: "non e' dato", ci ricorda. Per il
poeta e' necessario saper vivere ogni giorno, in serenita' e senza allusioni al
domani. Domani e speranza hanno accezioni negative. Orazio invita a essere
liberi dall'assillo del tempo, cosi' da affrontare la vita in piena serenita'.
La poesia e' dunque una delicata esortazione a godere delle cose che la vita ci
offre nell'immediato e a ridurre drasticamente le grandi speranze e le grandi
illusioni che oltrepassino il breve spazio del tempo piu' vicino.
CARPE DIEM
Tu ne quaesieris, scire nefas, quem mihi, quem tibi
finem di dederint, Leuconoe, nec Babylonios
temptaris numeros. Ut melius, quidquid erit, pati,
seu plures hiemes, seu tribuit Iuppiter ultimam,
quae nunc oppositis debilitat pumicibus mare
Tyrrhenum: sapias, vina liques, et spatio brevi
spem longam reseces. Dum loquimur, fugerit invida
aetas: carpe diem, quam minimum credula postero.
COGLI IL GIORNO
Tu
non domandare - e' un male saperlo - quale sia l'ultimo giorno che gli dei,
Leuconoe, hanno dato a te e a me, e non tentare gli oroscopi di Babilonia.
Quanto e' meglio accettare qualunque cosa verra',
sia che sia questo inverno - che ora stanca il mare Tirreno sulle opposte
scogliere - l'ultimo che Giove ti ha concesso, sia che te ne abbia concessi
ancora parecchi, sii saggia, filtra il vino e taglia speranze eccessive,
perche' breve e' il cammino che ci viene concesso.
Mentre parliamo, gia' sara' fuggito il tempo invidioso: cogli il giorno,
fidandoti il meno possibile del domani .
[Orazio, Ode
I, 11]
Le Odi di Orazio
(Quinto Orazio Flacco, poeta
romano, (Venosa, 8 dicembre 65 a.C. – Roma, 27 novembre 8 a.C.)) sono costituite da 103
poesie raccolte in quattro libri. L'opera si rifa' alla poesia arcaica greca,
soprattutto di Alceo (poeta
greco antico, (Mitilene,
vissuto tra il VII e il VI secolo a.C.)) e di Anacreonte (poeta greco antico, (Teo, circa 570
a.C. – circa 485 a.C.)), con la ripresa di diversi tipi di
componimento e di metri.
Il primo libro (chiamato anche Carmi
simposiaci) contiene 38 poesie che esprimono temi epicurei e riguardano
la brevita' della vita in confronto all'eternita' della morte;
il secondo libro contiene 20 poesie, dove si accentuano i temi e i toni stoici
accanto a quelli pessimistici della ineluttabilita' della morte;
il terzo libro contiene 30 poesie ed e' fortemente stoico;
il quarto ne contiene 15, dove Orazio riprende i temi a lui piu' cari: le lodi
a Cesare Ottaviano, il tema della fortezza dell'animo, della poesia che rende
immortali gli uomini, del godere i piaceri della vita, della fugacita' del
tempo e della vita e nella stessa ode, la VII, riprende il tema
dell'ineluttabilita' della morte e la concezione materialistica degli uomini
che altro non sono che polvere ed ombra.
I primi tre libri furono pubblicati nel 22 a.C.. Il quarto libro contiene 15 poesie e
fu pubblicato nel 12 a.C..
Leuconoe
(vocativo): e' il nome della giovane donna, la destinataria dell'ode, che,
ansiosa per il proprio futuro, si rivolge agli astronomi.
nec
Babylonios / temptaris numeros: «e
non tentare i calcoli babilonesi». Altro imperativo negativo: temptaris e' forma sincopata di temptaueris. I calcoli sono detti
babilonesi perche' l'astrologia era di origine caldea, e gli astrologi
(comunemente definiti mathematici)
a Roma provenivano perlopiu' dalla Mesopotamia, ed erano considerati dei
ciarlatani.
sapias ...
liques ... reseces: «sii
saggia, filtra ..., taglia ...». Congiuntivi esortativi (pres. cong.):
Leuconoe e' invitata alla saggezza, lasciando da parte gli inganni degli
oroscopi, ed anche le attese per il futuro, assaporando la vita nel piu' pieno
dei modi (cosi' il riferimento al vino, simbolo simposiaco cosi' caro ad
Orazio) senza fidarti troppo del futuro.
spem longam:
Spes indica la speranza, in
senso piu' assoluto il futuro, la possibilita' di agire nel tempo; e' definita longa e contrapposta alla brevita'
della summa brevis della vita,
allo spatio brevi entro cui si deve ritagliare l'esistenza. La speranza e' in
Orazio una passione negativa.
dum
loquimur, fugerit: «mentre
parliamo sara' gia' fuggita». Il futuro anteriore (fugerit) indica la rapidita' fulminea
della fuga del tempo, che non aspetta neanche che abbiano finito di parlare.
invida aetas:
«il tempo invidioso». L'aetas, sempre impiegata con il suo
valore etimologico (stessa radice di aeuus),
e' il tempo nella sua continuita' (riferito per lo piu' all'esistenza
personale, mentre aevum e' per
lo piu' il tempo ciclico dell'universo), in antitesi con tempus, il tempo segmentato. Orazio
mostra una notevole predilezione per questa puntualita' dell'attimo,
dell'istante, che prende ora la forma del dies (ovvero dell'occasio),
dell'hora, del praesens, quod adest. E' nel dies, infatti che Orazio cerca di
contrastare la fuga dell'aetas.
carpe diem:
e' molto difficile da tradurre. Secondo la definizione di Alfonso Traina
(filosofo latinista), e' un «verbo tecnico, alla frontiera tra i due campi
semantici di prendere e cogliere, che indica un processo
traumatico, un prendere a spizzico con un movimento lacerante e progressivo che
va dal tutto alle parti».
Altre traduzioni vanno dal «goditi»
(Vitali, Cetrangolo, Ramous), all'«afferra»
(Canali, Pascoli in prosa), al «cogli»
(Mandruzzato, Turolla), al «vivi
questo giorno» (Sanguineti).
quam minimum
credula postero: «il meno possibile (quam minimum) fidandoti (credula)
nel domani». Credulus e'
aggettivo negativo, il nostro «credulone». Credula ha un valore predicativo (determina il verbo carpe:
«fidandoti»).
Traduzioni come «non credere al domani» colgono l'idea di ordine negativo
implicito nel quam minimum credula
postero. E' questo infatti l'ultimo di una serie di ordini che
accompagnano le espressioni del carpe
diem: positivi, in relazione al presente (carpe...) e negativi, in relazione al futuro.
Sembra quindi pertinente il richiamo ad Aristippo
(filosofo, (Cirene, 435 a.C.
– Cirene, 366 a.C.)),
seguace della scuola Cirenaica: «Aristippo sembrava che parlasse con gran
veemenza e forza, invitando gli uomini a non angustiarsi delle cose passate,
ne' a preoccuparsi di quelle che devono ancora venire: questo e' infatti segno
di buona disposizione d'animo e dimostrazione di mente serena. Esortava a
pensare all'oggi e piu' ancora a quella parte dell'oggi in cui ciascuno agisce
o pensa qualcosa. Diceva infatti che solo il presente e' nostro e non cio' che e' gia'
compiuto ne' cio' che ancora si attende: il primo infatti e' gia' finito e il
secondo e' incerto se pure vi sara'».